Bow
- 2023
- di Gaetano Palermo, Michele Petrosino
- con Gaetano Palermo, Michele Petrosino
- sound design Luca Gallio
- con il sostegno di MiC e di SIAE, nell'ambito del programma "Per Chi Crea"
- con il supporto di SupportER - Rete Anticorpi Emilia-Romagna
- 30'
Bow è un progetto coreografico incentrato sull’atto dell’inchino o della riverenza (in inglese bow) tipico dei contesti teatrali e religiosi e diffuso in forme e modalità differenti anche sul piano sociale dei saluti, del riconoscimento e del consenso. Attraverso una scrittura incar- nata nel corpo dei performer, l’idea è quella di sviluppare un’analisi delle tensioni e delle ambiguità tipiche di questo gesto ripercorrendone la storia attraverso un catalogo delle sue varianti volto a coglierne le implicazioni sociopolitiche e psicologiche. Insieme ripiegamento verso il sé e apertura verso l’altro, la pratica dell’inchino o della riverenza, è segno di un’attestazione di presenza cui si riconosce potenza vitale, mondana odivina. A questo riconoscimento, di cui l’inchino è la significazione corporea, corrisponde una disposizione umana di dipendenza, obbligo, servizio o preghiera, volti al trascendimento di un limite o all’ottenimento di un dono, di una grazia. Al confine tra intimità soggettiva e rappresentazione pubblica, questo gesto assume diverse significazioni in base al grado di piegamento che dalla semplice inclinazione del capo può arrivare fino alla genuflessione o alla prostrazione assoluta. Abnegazione e salvezza, servilismo e potere convivono in una tensione fisica che trova nell’inchino la sua fragile e potente misura.

Bow è un progetto coreografico incentrato sull’atto dell’inchino o della riverenza (in inglese bow) tipico dei contesti teatrali e religiosi e diffuso in forme e modalità differenti anche sul piano sociale dei saluti, del riconoscimento e del consenso. Attraverso una scrittura incar- nata nel corpo dei performer, l’idea è quella di sviluppare un’analisi delle tensioni e delle ambiguità tipiche di questo gesto ripercorrendone la storia attraverso un catalogo delle sue varianti volto a coglierne le implicazioni sociopolitiche e psicologiche. Insieme ripiegamento verso il sé e apertura verso l’altro, la pratica dell’inchino o della riverenza, è segno di un’attestazione di presenza cui si riconosce potenza vitale, mondana odivina. A questo riconoscimento, di cui l’inchino è la significazione corporea, corrisponde una disposizione umana di dipendenza, obbligo, servizio o preghiera, volti al trascendimento di un limite o all’ottenimento di un dono, di una grazia. Al confine tra intimità soggettiva e rappresentazione pubblica, questo gesto assume diverse significazioni in base al grado di piegamento che dalla semplice inclinazione del capo può arrivare fino alla genuflessione o alla prostrazione assoluta. Abnegazione e salvezza, servilismo e potere convivono in una tensione fisica che trova nell’inchino la sua fragile e potente misura.